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La Sardegna al tempo che fu. Seconda parte

di Giorgio Valdès

Proponiamo, qui di seguito, la seconda e ultima parte dell’articolo dell’archeologo Alessandro Usai intitolato “La civiltà nuragica, dai nuraghi a Mont’e Prama”. Siamo consapevoli che sull’argomento trattato non ci sono certezze e che tantomeno esiste una teoria univoca sulla funzione svolta in particolar modo dai nuraghi; ma il parere dell’autore, proprio per la sua autorevolezza e competenza, merita sicuramente la dovuta attenzione.

“…La documentazione archeologica suggerisce che le società che costruirono i nuraghi fossero, soprattutto all’inizio, di tipo tribale, compatte e geniali ma con mediocri differenze di rango e soprattutto con scarsa specializzazione funzionale. Pertanto è probabile che i nuraghi siano stati costruiti per svolgere tutte le funzioni materiali e simboliche che erano necessarie alla vita delle comunità nuragiche, nell’ambito di un’economia prevalentemente rurale e di una società che cominciava a differenziarsi. Così, pur non essendo semplicemente case, i nuraghi furono utilizzati per attività domestiche, come dimostrano innumerevoli reperti; pur non essendo fortezze, furono anche edifici fortificati, nel senso di “resi forti” e attrezzati per la protezione di persone e cose; soprattutto furono strumenti di controllo capillare del territorio e di gestione delle risorse, e furono segni evidenti di potenza e ricchezza delle comunità che li possedevano. Solo in momenti successivi essi poterono essere utilizzati come templi, e solo in epoca romana e medievale furono talvolta impiegati come tombe. L’insostenibilità economica e sociale di questo sistema di proliferazione è la causa più probabile del profondo cambiamento che investì la Sardegna nuragica nelle fasi di trasformazione e degenerazione (Bronzo Finale e prima età del ferro: circa 1200-700 a.C.). Non si costruiscono più nuraghi; anzi molti vengono danneggiati e abbandonati oppure ristrutturati e riutilizzati con diverse funzioni più specializzate che in passato, soprattutto per l’immagazzinamento di derrate alimentari e altri beni. Invece gli insediamenti continuano a svilupparsi e a moltiplicarsi, senza segni di aggregazione protourbana; tra le robuste strutture in pietra risaltano abitazioni complesse, sale per riunioni e muraglie di recinzione. Pertanto lo scadimento dei nuraghi non indica un collasso socio-economico ma accompagna una profonda trasformazione della società, in cui i punti di forza coesistono coi fattori di debolezza. Le novità più evidenti sono nel campo rituale. Accanto ad alcuni nuraghi convertiti in templi sono significativi i santuari, complessi organizzati con specifiche funzioni cultuali che si sviluppano intorno ad uno o più edifici templari. Tra questi, i più noti sono i “pozzi sacri” o “templi a pozzo”, caratterizzati dalla scala e dalla camera sotterranea a falsa cupola che accoglie l’acqua sorgiva. Le fonti sono simili ma prive di scala e camera ipogeica. Infine vi sono templi rettangolari (“a megaron”) o circolari, privi di un esplicito riferimento all’acqua. Nei santuari si accumulavano metalli ricavati dall’attività mineraria e dagli scambi, soprattutto con l’isola di Cipro; si offrivano manufatti pregiati in bronzo e ambra; si sviluppavano botteghe artigianali che adattavano la tecnologia e lo stile ciprioti ed elaboravano un originale linguaggio artistico. Sembra evidente che il culto fosse diventato uno degli aspetti principali della riorganizzazione economico-sociale in atto; in particolare sembra che nel corpo compatto delle comunità tribali si fosse insinuata una marcata differenziazione tra strati dominanti e strati subordinati, e che le élites emergenti cercassero di legittimare il proprio potere assumendo il controllo delle pratiche di culto. I cambiamenti appaiono anche nella sfera funeraria. Non si costruiscono nuove “tombe dei giganti”, ma quelle esistenti vengono ancora utilizzate. Appaiono alcune tombe con galleria seminterrata e senza esedra frontale, che spesso rivelano un abbellimento delle strutture, una riduzione del numero di inumati e la presenza dei corredi personali. È molto probabile che la trasformazione descritta si sia manifestata inizialmente come una vera e propria crisi e abbia comportato un grave disorientamento sociale. È anche probabile che questa situazione sia stata superata grazie al ruolo di guida assunto dai gruppi sociali emergenti. Il processo di trasformazione si intensifica fino a degenerare nella prima età del ferro. Molti santuari toccano il culmine del loro sviluppo tra il IX e l’VIII sec. a.C., quindi decadono e scompaiono rapidamente nel VII. Nei santuari si continua a tesaurizzare metalli e beni di valore di produzione locale e di importazione, tra i quali risaltano i bronzetti votivi. La produzione dei bronzetti nuragici, iniziata già nella fase precedente, si avvalse del progresso tecnologico della metallurgia cipriota, grazie all’adozione della fusione a cera persa; ma le piccole opere d’arte restano inconfondibili per l’impostazione, l’iconografia generale e la resa dei volti, degli strumenti, delle vesti e delle armi. Esse restituiscono l’immagine consapevole di una società articolata, riproducono gli animali, le cose, i valori e i simboli, celebrano miti eroici   espressi in imprese di caccia e di guerra, di colonizzazione agricola e di navigazione. Tra i manufatti in bronzo e pietra emergono le riproduzioni stilizzate e idealizzate di nuraghi semplici e complessi, emblemi di solida identità tanto più esaltati quanto più si avvertono i segni del dissesto e della disgregazione. Fino alla metà dell’VIII sec. a.C. la vitalità della tradizione culturale nuragica è confermata dai rapporti stretti e diretti con gli Etruschi di età villanoviana della penisola italiana, e dai rapporti indiretti, probabilmente mediati dai Fenici, con le comunità urbane che pullulano sulle coste della Sicilia, dell’Africa settentrionale e della Spagna meridionale. Nel corso della prima età del ferro, il tracollo economico e demografico è testimoniato dal progressivo abbandono degli insediamenti, tanto che intere regioni sembrano spopolate dal VII al V-IV sec. a.C. Solo nella Sardegna meridionale si conoscono insediamenti che sopravvivono, anche se il ceppo etnico-culturale di origine nuragica si ibrida con gruppi di origine levantina e ne assorbe costumi, stili e tecnologie. Mentre gli organismi cantonali policentrici dell’entroterra rurale si impoveriscono e si sgretolano, i centri costieri di fondazione fenicia acquistano autonomia economica e politica e attraggono gruppi di origine locale che si integrano con gli stranieri conservando solo alcuni richiami simbolici alla loro tradizione culturale in via di dissolvimento. Il processo di differenziazione delle sepolture, che nel Bronzo Finale aveva cominciato ad incrinare il solidarismo comunitario, si spinge ancora più avanti con la formazione di gruppi di tombe individuali con corredo, come quello di Antas di Fluminimaggiore e soprattutto come la necropoli di Mont’e Prama di Cabras, dove però paradossalmente i corredi individuali scompaiono del tutto o quasi. Nello stesso tempo, senza escludere l’inserimento di nuove inumazioni in tombe più antiche, sembra quasi che la grande maggioranza dei defunti fosse semplicemente eliminata, forse dopo totale combustione. La progressiva scomparsa dei santuari organizzati segna il disfacimento della gerarchia sociale e territoriale. Così come l’avvio della civiltà nuragica non può non essere legato alla comparsa dei nuraghi, allo stesso modo sembra che la sua conclusione debba coincidere con l’esaurimento dell’attività dei santuari, in cui si era espressa la consapevolezza della sua forza materiale e compattezza culturale. Per interpretare il tramonto della civiltà nuragica non dovremo riproporre una schematica contrapposizione di blocchi etnico-culturali; piuttosto dovremo ammettere che i Fenici, portatori di grandi innovazioni in campo economico e sociale, abbiano approfittato delle opportunità offerte dalla degenerazione del mondo nuragico, che era iniziata fin dai tempi del suo massimo fulgore. Il suo percorso si concluse allora rapidamente con l’assimilazione e la perdita dell’identità culturale. La quinta fase nuragica ipotizzata da Lilliu, quella della sopravvivenza e resistenza, è in effetti solo un mito senza riscontro nella documentazione archeologica”.

Nella foto di Giovanni Sotgiu: il nuraghe Loschiri di Semestene

 

 

 

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