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Il ferro nell'etŕ della pietra

di Giorgio Valdès

Nel febbraio del 2016 si è tenuto al Palazzo dei Congressi di Firenze il “TourismA,” Salone internazionale dell’archeologia. Lo straordinario successo ottenuto dalla Sardegna si deve in gran parte agli oggetti e ai costumi d’età nuragica, oltre che alle riproduzioni delle statue di Monte ‘e Prama, meticolosamente realizzati da Carmine Piras, rifacendosi gli originali custoditi nei vari musei.

Definire Carmine Piras “artigiano” è sicuramente limitativo, perché in realtà si tratta di uno straordinario artista  ed appassionato studioso della nostra antichissima civiltà, che ha utilizzato da una vita la sua non comune abilità in un percorso che spazia dalla scultura monumentale, al restauro, all'archeologia sperimentale.

E’ stata proprio la sperimentazione, continua ed accurata,  a convincerlo che la tecnologia del ferro fosse nota agli antichi sardi prima di quella del rame e del bronzo, sino a fargli supporre che le domus de janas fossero state scolpite proprio con attrezzi realizzati con questo materiale, perché “solo la durezza del ferro o dell’acciaio avrebbero potuto incidere rocce cosi dure”.

Non ci permettiamo, da semplici appassionati, di validare scientificamente la teoria di Carmine Piras, per quanto riteniamo che proprio una sperimentazione sul campo sarebbe oltremodo opportuna per verificare se le domus si sarebbero potute realizzare ricorrendo esclusivamente a materiali litici o se, al contrario, può apparire più realistica la sua “rivoluzionaria” ipotesi .

Di Carmine Piras riportiamo a margine del post un filmato compreso nella raccolta “Sardegna Digital Library” e, qui di seguito, alcuni brani tratti dal resoconto di una conferenza da lui tenuta nell’Aprile 2014 ed organizzata dal Rotary Club di Oristano.

“Egli oltre lo studio teorico cerca di verificare con i fatti la realtà nuragica. Partendo dai manufatti rinvenuti in molte parti dell’Isola, in gran parte bronzetti, Egli, dopo averli sapientemente studiati, li riproduce, con l’utilizzo delle stesse tecniche allora possibili e gli strumenti dell’epoca. Solo realizzando copie di questi manufatti, ha detto, si possono meglio capire le tecniche allora utilizzate, il grado di cultura e le conoscenze tecniche che quella antica civiltà possedeva. Non solo. 

Esaminando attentamente i bronzetti, le stoviglie e le statue ritrovate, è stato possibile capire quanto questo popolo fosse evoluto: l’analisi delle armi usate, degli strumenti di difesa, dalle costruzioni megalitiche realizzate, dell’abbigliamento indossato, hanno chiaramente messo in luce l’elevato grado di civiltà posseduto. Il popolo dei Nuraghi era un popolo ben organizzato e complesso, numeroso e diffuso in tutta l’Isola, come dimostra la totale copertura con i Nuraghi dell’intero territorio; abitazioni e abbigliamento erano particolari e complessi: i nuragici indossavano pantaloni, camicie, giubbotti, copricapi, guanti, schinieri, scarpe e quant’altro necessario per la vita di tutti i giorni e per le lotte contro altri popoli. I bronzetti raffiguranti le donne indicano un abbigliamento ricco, capigliature sfiziose e curate; anche l’arredamento per la casa era costituito da sedie, cassapanche e armadi. Un popolo, insomma, ricco, potente ed evoluto.

Anche le abitazioni, come possiamo osservare in alcuni bronzetti, non erano (come da molti ipotizzate) quelle piccole capanne circolari scoperte intorno ai nuraghi o ai pozzi sacri, ma grandi case quadrate o rettangolari (forse già da allora costruite con la tecnica della terra cruda, del “ladiri”), con solaio in travi di legno, ambienti ampi e spaziosi, dove trascorrere il riposo e la vita familiare. Un curioso bronzetto esibito da Carmine, evidenzia, a fianco ad un nuraghe, una grande casa quadrata: questa sembra dimostrare, senza dubbi, l’esistenza di abitazioni di questo tipo; anche gli studio di alcune Domus de Janas,  che presentano ampi vani scavati nella roccia con stanze quadrate e con soffitti a travatura di legno, sembrano confermare l’ipotesi dell’archeologo sperimentale Carmine Piras.

L’abilità dei nostri antenati nuragici, messa in evidenza dai bellissimi bronzetti pervenutici, dimostra quanto fossero abili nella lavorazione dei metalli. Carmine Piras nella ricca esposizione esibita, corredata da interessanti slide, ha sostenuto che i nuragici conoscevano non solo la tecnica della fusione “a cera persa”, metodo non semplice e che richiedeva grande abilità, ma anche quella “a stampo”, metodo quest’ultimo che consentiva di fabbricare anche più di un pezzo alla volta, in quanto era possibile fondere anche due o tre oggetti (prevalentemente spade) con un’unica colata di metallo.

Nella sua lunga ed appassionata relazione Carmine Piras ha cercato anche di sfatare il luogo comune: quello che la civiltà del ferro sia nata dopo quella del rame e del bronzo! I suoi studi lo hanno indotto ad affermare il contrario ed ha cercato di dimostrarlo. Se è pur vero che nei numerosi scavi effettuati mai sono stati rintracciati oggetti di ferro relativi al periodo nuragico, è anche vero che, a differenza del rame, del piombo e del bronzo, il ferro si “scioglie” nell’acqua. Questo processo, che fa polverizzare il ferro in poco tempo attraverso l’attacco della ruggine, non ha consentito che utensili di ferro siano potuti arrivare, dopo migliaia di anni, fino a noi, anche se  certamente esistevano! Per poter scavare il basalto o il granito (basta andare a visitare pozzi sacri come quello di Santa Cristina o le tombe di giganti della Gallura), materiali di una grande durezza, il rame e il bronzo non sarebbero stati sufficienti a farlo, in quanto  solo la durezza del ferro o dell’acciaio avrebbero potuto incidere rocce cosi dure. Anche per meglio lavorare gli altri metalli più duttili era necessario un metallo forte come il ferro.

Carmine Piras, nella sua appassionata relazione, convinto delle sue teorie, ha anche affermato, tra l’altro, che realizzare oggetti in ferro o acciaio era più semplice che realizzarli in bronzo. I suoi esperimenti lo hanno pienamente dimostrato. Utilizzando le sabbie nere che, nei giorni di burrasca il mare deposita sulle nostre spiagge, come quelle del Sinis, e fondendola (questa sabbia nera è ferro allo stato puro), anche con legna e carbone a 800-900 gradi,  si ottiene una pasta ferrosa che può essere trasformata, a stampo, in qualsiasi utensile. Lui personalmente, aggiungendo anche corno e cuoio, è riuscito con metodo elementare a realizzare anche utensili ancora più robusti, in acciaio. Strumenti che i nuragici  certamente fabbricavano e che consentivano tanti lavori pesanti, tra cui anche la perfetta lavorazione degli altri metalli”.

http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&id=198725

 

 

 

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