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Sardegna dei misteri

 

di Giorgio Valdès

Nel Febbraio del 2003 veniva dato alle stampe il libro di Sergio Frau “Le Colonne d’Ercole, un’inchiesta”, destinato a suscitare un’infinità di polemiche e una profonda ed a volte insanabile contrapposizione tra chi riteneva credibile l’identificazione della Sardegna con la terra di Atlante e chi invece si era schierato apertamente contro le tesi di dell’autore, ribadendo “il primato della ricerca scientifica sulle pur buone ragioni dell’immaginazione”. E’ comunque indubbio l’interesse mediatico che la vicenda ha suscitato nei confronti dell’isola e in particolare verso quella parte della nostra storia che ha nei nuraghi la più fulgida testimonianza.

Il 1° agosto del 1999, esattamente diciassette anni fa, il quotidiano “La Repubblica” riportava un lungo articolo, sempre a firma di Sergio Frau, titolato “Sardegna, un giallo di tremila anni fa”, che può considerarsi il preludio alla sua “inchiesta”. Articolo da cui abbiamo tratto il brano seguente, che contiene alcuni autorevoli ed interessanti interventi del professor Giovanni Ugas:

‘Come poi sia saltato in mente a qualcuno di partire per la tangente con quei massi e cominciare a fabbricare tronchi di cono dappertutto nell’isola, neppure il professor Ugas se lo sa spiegare con certezza: “Sul big bang del nuraghe si possono fare solo ipotesi: certo è che qui si esalta e si perfeziona un modo di costruire che troviamo – dall’Egeo fino alle Baleari – in quei pozzi sacri scavati e poi riempiti di massi a rafforzarne le pareti. Solo che in Sardegna, un certo giorno del 1600 avanti Cristo quei massi sistemati in circolo cominciano a uscire dal terreno e strato dopo strato – per almeno otto secoli piano dopo piano – edificano costruzioni inespugnabili con torrioni alti anche 27 metri e mura tutt’intorno che occupano fino a tremila metri quadrati”.

Altro che videografica. Il professore sì che riesce a resuscitarlo quel portento di massi e i clan che li abitavano: ti fa capire dov’erano le recinzioni, scova sotto i licheni rossastri il gioco raffinato di pietre di diverso colore, rintraccia le lastre grandi degli spalti, ricostruisce a parole la posizione del terrazzo, e i pascoli, e le zone del lavoro…

All’interno – nel ventre dei colossi di Sant’Antine o Barumini o al Nuraghe Arrubiu di Orroli – sei dentro il giocattolo di un gigante. E ti accorgi bene come l’ha montato bilanciando, incastrando, spericolando massi di basalto uno contro l’altro e azzardando cupole straordinarie, corridoi pazzi che si spalancano inaspettati in spazi che i millenni hanno smangiucchiato quel poco che bastava per farli uguali a grotte e alla natura di pietra che li circonda.

A pensarli com’erano vissuti, però, si comprendono i miti che li reclamizzavano. Traversarono il mare anche quei miti, per entrare nel pantheon dei primi Greci. Diodoro Siculo ne parla ancora nel primo secolo avanti Cristo tirando in ballo Ercole e suo nipote Iolao che “conquistò l’isola e vi fondò importanti città, spartì il territorio e chiamò dal suo nome quelle genti Iolaei: costruì ginnasi, templi per gli dei e tutto quanto rende felice la vita degli uomini”.

Spiega Ugas: “E’ solo uno dei tanti miti d’origine della Sardegna che Greci e Romani ci hanno tramandato: sta di fatto che ogni volta vi si parla con meraviglia delle costruzioni dell’isola talvolta attribuite ai Ciclopi, altre volte a Dedalo”. E prosegue: “C’è di più. Proprio le fonti greche più antiche attribuiscono a genti venute da fuori le loro edificazioni più strabilianti  – i giganti della Licia chiamati da Proitos per far Tirinto; i Ciclopi con i quali Perseo fortificò Midea e fondò Micea; persino le mura dell’Acropoli di Atene Erodoto le attribuisce ai Pelasgi e altri ai Tirreni che poi, però, per Plutarco, sono due modi diversi per chiamare la stessa gente che arrivava dal Mediterraneo occidentale. Ebbene lo confesso: io a Micene, nella tomba degli Atridi, ma anche ad Hattushas, con tutti quei massi incastrati a meraviglia, ho sentito una strana aria di casa…Di fatto non escludo che come c’erano in giro eserciti partiti da qui a lavorare come mercenari, non ci potessero essere anche squadre di maestranze e architetti disposti a lavorare in giro per il mondo antico”…

 

Nella foto di Nicola Castangia: “Su Nuraxi” di Barumini.

 

 

 

 

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