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Il tesoro del Sinis

di Giorgio Valdès

In un recente articolo pubblicato sul suo blog e da noi rilanciato sulla nostra pagina facebook, Fiorenzo Caterini invitava a contribuire, con una semplice firma, a sostenere il sito dei “Giganti” di Monte ‘e Prama nel concorso lanciato dal FAI, che tramite i suoi sponsor, mette a disposizione finanziamenti per la tutela di siti paesaggistici, ambientali e culturali [1].

Noi di Nurnet ci associamo con entusiasmo all’appello e come abbiamo fatto anche nei giorni precedenti invitiamo tutti a sottoscrivere la candidatura dei nostri “Giganti”, collegandovi al sito “I luoghi del cuore” riportato nel link a margine di questo articolo.

Vorremmo davvero che il Sinis e gli sterminati tesori che il suo territorio ha dato e darà ancora alla luce, divenisse un’attrazione mondiale e la spora su cui costruire la conoscenza diffusa delle inesauribili testimonianze della nostra preistoria.

I nostri lettori hanno sicuramente seguito le vicende di Monte ‘e Prama, le diverse campagne di scavo, le scoperte, i restauri, i lunghi periodi di silenzio, le tante polemiche e le interminabili interruzioni dei lavori e quanto è stato detto e scritto intorno ad un sito che riserva sorprese quantomeno dal 1974.

Ci piace tuttavia ricordare un momento, relativamente recente,  di questa lunga avventura - riportata dall’Unione Sarda/In il 25 novembre 2014 sotto il titolo “La Scienza al servizio degli Indiana Jones”-, che trattava delle tecnologie utilizzate dal professor Gaetano Ranieri per indagare appunto il territorio custode del “Tesoro del Sinis”:

Durante l’ultimo esperimento col pallone aerostatico un temporale li ha colti di sorpresa: «Ci siamo ritrovati bagnati dalla testa ai piedi. E purtroppo abbiamo dovuto interrompere e rimandare gli studi», racconta Gaetano Ranieri. Sono gli imprevisti di un mestiere che in teoria dovrebbe essere tutto libri-cattedra-studenti, ma nell’ultimo anno e mezzo si è trasformato in un emozionante lavoro sul campo, alla scoperta di una Sardegna vecchia di millenni. Sessantanove anni, professore di Geofisica applicata, ha visto in anteprima i Giganti nelle "radiografie" del sottosuolo, fatte grazie a un georadar finanziato dalla Regione e adattato dai tecnici dell’Ateneo. È stato lui a dire dove scavare, con una precisione al centimetro: «Noi le chiamiamo anomalie, cioè dei possibili corpi costruiti, non naturali».

TECNOLOGIE Tutte le ultime scoperte sono arrivate grazie a quella che Ranieri definisce «un’interessante unione tra le università di Cagliari e Sassari. Parte scientifica e umanistica hanno collaborato, mettendo a punto un nuovo tipo di archeologia assolutamente innovativo. Noi sappiamo dove cercare i reperti. Non ci si arriva più per deduzione. Questo si può fare quando le due fasi, scientifica e archeologica, sono molto vicine tra loro». Insomma, gli scienziati in soccorso dei nostri Indiana Jones, alla ricerca del "tesoro" del Sinis.

L’altro pregio è legato allo scavo: «Sappiamo in anticipo cosa troveremo sotto terra. Dunque si può preparare il cantiere in maniera più accurata, si riducono i tempi e diminuisce la probabilità di far danni. Quello che è stato trovato a settembre, noi l’avevamo previsto a fine agosto. Sapevamo che i Giganti avrebbero avuto gli scudi sul petto e non in testa, ad esempio».

LA NOVITÀ Quella fatta dal team dell’università di Cagliari è «una sorta di tomografia». Con tecnologia «interamente italiana, stimolata da me. Molto innovativa, perché consente di vedere il sottosuolo con 16 occhi. Un oggetto viene visto da 16 angolazioni diverse. Vediamo tutto in tempo reale e in tre dimensioni. Noi abbiamo percorso senza saltare un centimetro 76.660 metri quadri. Con precisione di 3 centimetri per 12, fino a tre metri di profondità». Con la mongolfiera invece sono state fatte delle "tomografie termiche". Ma il diluvio ha reso inutile buona parte degli sforzi.

I SANTUARI Sotto i terreni di Mont’e Prama c’è ancora tanto. Dalle radiografie spuntano due possibili "santuari". «Costruzioni di 20 metri per 13. Poi si vedono strade, che portano lontano dalle aree studiate finora. In tutto ci sono 60-70 mila anomalie. Un giacimento. Un vero giacimento culturale, il più grande scoperto in Europa negli ultimi 50 anni. Lì sotto c’è una quantità strepitosa di strutture, non ci sono solo Giganti. Per intenderci: noi fino ad ora abbiamo scavato in 160 metri quadri. Le statue erano raccolte in appena 60. Ci sono ancora ettari da esplorare. Potrebbe essere un cantiere immenso di scavo. E non è detto che sia tutto del periodo Nuragico».

 SICUREZZA Dove sono i possibili nuovi reperti? «I punti esatti sono secretati. Anch’io non so dove sono: ho le coordinate X, un’altra persona ha le coordinate Y. Questi dati sono in una cassaforte con due chiavi. La sicurezza è d’obbligo, perché non si sa quando si scaverà». Anche la vigilanza di Mont’e Prama è diventata necessaria, strada facendo. Ed è stata pagata di tasca dai due professori universitari, Ranieri e Raimondo Zucca. Come la "pulizia" dei terreni, indispensabile per gli studi con il georadar. «Inizialmente la guardianìa non era prevista, perché noi dovevamo fare degli scavi di un metro per un metro, non pensavamo a tale ricchezza. E poi io sono un geofisico, lavoro per l’università, cosa dovrei vigilare? È un fatto amministrativo, siamo legati a regole ferree. Come potrei giustificare la spesa di fondi per la vigilanza?». Ecco perché alcune spese sono state fatte di tasca propria. «Ma il gioco vale la candela. Vi assicuro che chi si è innamorato di quel posto, e io sono tra questi, è disposto a rimetterci del suo».

STOP PER 40 ANNI Perché sono passati quarant’anni tra il primo ritrovamento e gli ultimi scavi? «Non lo so. So solo che questi scavi nascono da un’idea mia e del professor Zucca. L’impegno della Soprintendenza c’è stato: ha aperto due mostre in due musei, oppure pensiamo al recupero nel centro di Li Punti, dove sono stati ricostruiti i Giganti scegliendo tra migliaia di frammenti. Però è ovvio che non si possa continuare a questa velocità: per recuperare tutto quello che c’è lì sotto ci vorrebbero quattromila anni».

 L’EQUIPE DI SPECIALISTI Ranieri guida un team di sei persone. Antonio Trogu (geologo, esperto trattamento dei dati); Luigi Noli (tecnico, organizzatore dei rilievi); Mario Sitzia (tecnico); Sergio Calcina (geofisico specialista di georadar e tomografia sismica); Luca Piroddi (informatico addetto all’elaborazione dati termici ed elettrici); Francesco Loddo (ingegnere, si occupa di georadar e tomografie elettriche in 3D); Carlo Piga (ingegnere, si occupa di laser scanner, metodi termici e multispettral.

«Tutti hanno ruoli molto delicati. Lavorano senza guardare l’orologio, non esiste la domenica», sottolinea Ranieri. Per gli scavi sono stati aiutati da quattro detenuti, che hanno partecipato al progetto e sono diventati protagonisti degli ultimi ritrovamenti.

 

Nell’immagine tratta dal sito Mibact: un momento degli scavi a Monte ‘e Prama.

 

http://www.sardegnablogger.it/non-arriva-lo-arriva-volontariato-fiorenzo-caterini/

 

http://iluoghidelcuore.it/luoghi/83115

 

 

[1] Il FAI - Fondo Ambiente Italiano è una fondazione italiana fondata nel 1975[1] con lo scopo di agire, senza scopo di lucro, per la tutela, la salvaguardia e valorizzazione del patrimonio artistico e naturale italiano attraverso il restauro e l'apertura al pubblico dei beni storici, artistici o naturalistici ricevuti per donazioneeredità o comodato. Promuove l'educazione e la sensibilizzazione della collettività alla conoscenza, al rispetto e alla cura dell'arte e della natura e l'intervento sul territorio in difesa del paesaggio e dei beni culturali italiani.

 

 

 

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