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Menhir (Perdas Fittas)

 Nella cittadina di Laconi, esiste un importante museo che custodisce svariati ritrovamenti archeologici, tra cui un gran numero di statue menhir.
Sulla superficie di buona parte di questi monoliti, che in lingua sarda sono chiamati “perdas fittas” (pietre infisse), appaiono due petroglifi sovrapposti, uno dei quali è generalmente definito come “rovesciato”, cioè lo spirito del defunto che ritorna nel ventre della madre terra, mentre l’altro è di regola interpretato come “pugnale bipenne”.
Differenti immagini del “rovesciato” appaiono inoltre in alcune tombe rupestri risalenti all’eneolitico, come la tomba “Branca” di Cheremule, quella di “Sas Concas” a Oniferi e quella di “Sos Furrighesos” a Anela, nella quale è particolarmente marcata l’analogia con il geroglifico “ka” con cui gli antichi egizi raffiguravano l’anima.
In merito al simbolo inciso sulla base dei menhir, la presenza di un pugnale in un contesto spirituale come il passaggio dalla vita alla morte lascia piuttosto perplessi, a parte considerare l’inutilità e pericolosità di un coltello a lame contrapposte.
Tuttavia questo misterioso graffito è assai affine agli ideogrammi geroglifici che riproducevano l’utero femminile, emblema del dio androgino e itifallico Amon/Min.
L’accostamento all’iconografia egizia non può sorprendere, considerate le frequentazioni delle antiche popolazioni sarde con la terra dei faraoni, per cui i due simboli potrebbero raffigurare, congiuntamente, l’anima dell’uomo che ritorna alla terra attraverso l’utero materno, dando corpo alla frase “torranci in su cunnu” (rientra nell’utero che ti ha partorito); espressione piuttosto “colorita” che in lingua sarda assume attualmente un significato offensivo, ma che a quei tempi costituiva invece un auspicio di rinascita, attraverso il ventre materno, inteso come fonte di vita.
di Giorgio Valdès