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Nuraghi

          

A metà del XII secolo a.C., in un periodo coevo alla caduta di Troia, la civiltà nuragica raggiungeva in Sardegna il suo apice.
I proto nuraghi o nuraghi a corridoio risalenti al “bronzo antico” (1800/1650 a.C.), erano stati soppiantati da strutture “monotorre” e quindi da nuraghi complessi circondati da poderosi bastioni che includevano cortili interni e un numero di torri che variava da due a cinque.
All’interno della muratura perimetrale della “tholos” centrale, la cui altezza toccava a volte i 25/30 metri, era inoltre generalmente presente una scala in pietra che conduceva al piano o ai piani superiori.
Di questi monumenti, espressione di una civiltà unica a livello planetario e realizzati con conci litici di enormi dimensioni, oggi se ne contano circa settemila, per quanto possa stimarsi che in origine il loro numero fosse prossimo a ventimila, e rappresentano il patrimonio archeologico più esteso e denso esistente al mondo.
E’ peraltro intuitivo immaginare quale fosse l’impatto visivo di chi raggiungeva la nostra isola, magari provenendo da altri regioni mediterranee dove la dimensione edilizia prevalente era assimilabile a quella di una capanna, nel trovarsi di fronte questi giganti di pietra che dovevano apparire come proto- grattacieli che svettavano dalle alture e dai costoni rocciosi in prossimità della costa o che sbucavano dalla fitta vegetazione che un tempo qualificava il paesaggio della Sardegna.
Appare ancora più stupefacente considerare come la loro disposizione non fosse lasciata al caso, ma ciascuno di essi fosse in linea con almeno altri due, potendosi anzi supporre che l’intero territorio dell’isola fosse un tempo interessato da una maglia continua e ordinata di allineamenti, paragonabile a un primitivo sistema di pianificazione territoriale.
Le teorie sulla funzione dei nuraghi sono le più disparate e ancora oggetto d’acceso dibattito: una delle ipotesi più accreditate li assimila a edifici di culto oltre che destinati al controllo del territorio, mentre un’altra tesi, ugualmente avvincente, immagina l’orientamento degli accessi o delle tangenti alle torri periferiche secondo criteri astronomici connessi in particolare alle linee solstiziali ed equinoziali.


Tuttavia gli antichi e costanti rapporti con la terra d’Egitto, decorrenti quanto meno dal XIII secolo a.C., consentono la proposizione di un’ulteriore, affascinante ipotesi: l’insieme delle sillabe nu, ra e ghe, che compongono il nome “nuraghe”, richiamano i geroglifici rispettivamente rappresentativi dell’acqua “nu” (o la divinità del cielo inteso come elemento liquido “Nut”), del dio del sole “Ra” e di quello della terra “Geb”.
E’ quindi razionalmente sostenibile che all’interno della torre nuragica si svolgessero i riti della rigenerazione della vita quando il raggio del sole, penetrando dalla sommità della tholos e dopo aver intercettato la terra, raggiungeva l’acqua primigenia, sempre presente all’interno del nuraghe o nelle sue immediate vicinanze.
La stessa tholos poteva quindi configurarsi come il ventre o la rappresentazione aniconica della dea madre, laboratorio di vita e luogo di anelato ritorno.
di Giorgio Valdès